IL SERVIZIO DELLE TERZIARIE DURANTE LE EPIDEMIE

Sono molte le epidemie che, alla fine del XIX sec. e primi due decenni del XX sec., hanno interessato l’Italia e le nazioni dell’America latina attraversate dalle Terziarie Cappuccine. E seppur il carisma lasciato loro da Madre Francesca fosse caratterizzato dall’assistenza domiciliare, ben altre forze avrebbe richiesto affrontare un’epidemia di colera, tifo, vaiolo o influenza spagnola, soprattutto considerando non solo le limitate conoscenze mediche, ma soprattutto gli esigui mezzi di profilassi ed igiene a disposizione in quel tempo e in aree geografiche rurali e poco servite.
Eppure la storia che oggi parla di loro, di gruppi di due o tre Sorelle che assistono intere popolazioni isolate dal contagio, è una storia semplice di sacrificio e dedizione assoluta, che a volte arriva al dono della vita. È la storia provvidenziale di irradiazione per il nascente Istituto delle Terziarie di Loano.
Qui avremo modo di parlare solo di alcune epidemie (colera, tifo e vaiolo) di cui l’Archivio storico della Curia conserva precise testimonianze documentali. Non possiamo fare ugualmente per la terribile pandemia dell’influenza cosiddetta ‘spagnola’ che dilagò, anche se in diverse ondate, in tutto il mondo tra il 1918 e il 1920 con strascichi più o meno contenuti anche dopo. Tuttavia, pur in assenza di peculiari testimonianze, abbiamo buone ragioni per affermare che le Terziarie, in parte impegnate negli ospedali da campo, ma soprattutto negli ospedali militari italiani e sudamericani, siano sicuramente state in prima linea durante la pandemia.
Le epidemie che più frequentemente e mortalmente hanno colpito l’Italia nel XIX sec. sono state quelle del vaiolo e del colera. Dalla metà del XVIII sec. il vaiolo è stata la maggiore e più devastante malattia endemica conosciuta dall'umanità mondiale; ha imperversato in diverse ondate anche in Europa nel XIX sec. fino ad esservi definitivamente eradicato nel 1953. Le prime vaccinazioni jenneriane in Italia avvennero in Liguria nel 1800 e furono dopo poco praticate in tutta Italia, anche se solo nel 1888 la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria. Tuttavia questo non impedì il risorgere di focolai di vaiolo in Europa vent’anni dopo, quando la massima incidenza del morbo cominciò ad interessare un numero crescente non più di bambini ma di adulti e si dovette ripetere il trattamento vaccinico.
Il colera è una malattia epidemica importata dall’India a causa degli intensi traffici militari e commerciali con essa stretti dall’Inghilterra durante tutto il XIX sec. Durante l’Ottocento ben sette pandemie colpirono la popolazione europea e tra queste sei anche l’Italia. Da ricordare particolarmente quelle scoppiate nel 1884-1886 e nel 1893, periodo che interessa più da vicino la storia delle Terziarie Cappuccine italiane. Lo sviluppo e la violenta diffusione delle epidemie di colera erano provocate da molteplici concause come la mancanza di igiene pubblica e privata, l’inadeguatezza dell’organizzazione sanitaria, l’impreparazione dei medici, lo stato di povertà e scarsa alimentazione in cui viveva la maggior parte della popolazione soprattutto rurale. L’inchiesta parlamentare fatta in Italia sulle condizioni igienico-sanitarie dei Comuni del Regno tra il 1885-1886 rivelò che su un totale di 8258 Comuni più di 6400 erano privi di rete fognaria, solo 3335 Comuni erano forniti di latrine e in 797 Comuni gli escrementi venivano depositati negli spazi pubblici, nelle strade e nei cortili. Molti Comuni non disponevano di acqua potabile e in molti casi questa giungeva agli abitanti attraverso condotti a cielo aperto. Negli anni precedenti l’inchiesta la situazione era sicuramente peggiore.
Un altro fattore non privo d’importanza, che si aggiungeva alla mancanza di smaltimento dei rifiuti, era la tradizione di seppellire i morti nelle chiese e nei conventi abitualmente frequentati dai fedeli. La Liguria poi, sede del più importante porto europeo, quale quello di Genova, nonostante i cordoni sanitari marittimi, che pure venivano istituiti, seppur fortemente osteggiati perché sfavorivano i commerci, era particolarmente esposta alle epidemie dato che le imbarcazioni provenienti dall’estero transitavano, attraverso marinai e merci infetti, prima nell’importante capoluogo ligure, centro portuale ed industriale nevralgico del Regno, per poi proseguire lungo la costa tirrenica fino a Napoli e Palermo.
Impotenti nel curare efficacemente le epidemie del colera, i medici s’impegnarono a capire le modalità di diffusione e l’agente causale del colera. Uno dei primi interventi fu pertanto quello dell’isolamento degli infetti nei lazzaretti e l’istituzione di cordoni sanitari nei paesi più colpiti. Le ultime due più importanti epidemie che colpirono l’Italia post-unitaria, del 1885-1886 e del 1893, furono affrontate con una maggiore preparazione in ambito scientifico riguardo il rapporto tra le condizioni igienico-abitative e l’alimentazione. Questa consapevolezza è ricalcata anche a livello di regolamentazione legislativa: la “Legge per Napoli” del 1885 destinava cospicui finanziamenti per l’attuazione di norme igienico-sanitarie pubbliche e private che le municipalità dovevano far osservare e tra questi rientrava la costruzione di sistemi fognari, l’edificazione di nuovi quartieri e il risanamento di strade e piazze.
Erano dunque i municipi a doversi far carico della popolazione durante le emergenze epidemiche. E mentre nei centri cittadini più importanti erano presenti gli Ospedali, nelle zone più interne della riviera ligure, dove erano situati piccoli paesi inerpicati sulla montagna, era possibile far fronte alle epidemie attraverso l’assistenza domiciliare assicurata dai religiosi e più in particolare dalle nuove Congregazioni femminili dedite al servizio dei malati.
Dopo l’Unità d’Italia la base legislativa in cui si situava l’assistenza a domicilio nel Regno d’Italia era la legge n. 2248 del 20 marzo 1865 che disciplinava in maniera organica la materia sanitaria. Essa prevedeva che, a livello centrale, la cura della salute pubblica fosse affidata al Ministero dell’Interno e, alle sue dipendenze nelle sedi periferiche, ai prefetti e ai sindaci. La legge rispondeva ai dettami della rivoluzione francese, in base ai quali l’assistenza ai poveri e bisognosi doveva divenire “carità legale” a carico dallo Stato, che però risultava impreparato a gestirla in maniera organica ed efficace. Ciò spiega la nascita di tanti istituti religiosi - un po’ in tutte le nazioni - che misero l’impegno sociale a base della loro istituzione. La limitata presenza dello Stato, più preoccupato di garantire il buon funzionamento delle istituzioni deputate alla beneficenza con l’esame del loro bilancio economico, piuttosto che con l’assistenza propriamente detta, permise una discreta libertà d’azione agli istituti religiosi ed una loro intensa collaborazione con le istituzioni civili locali […]. Gli istituti religiosi dediti all’assistenza domiciliare nel corso dell’Otto e Novecento furono molti, quasi tutti raggruppati nel nord Italia e, se si eccettuano i Camilliani, erano tutti femminili.
Le Terziarie Cappuccine di Loano erano tra quelle Congregazioni religiose alle quali i Municipi si rivolgevano perché incapaci di far fronte alle pressanti necessità sanitarie, soprattutto durante le epidemie e le calamità naturali. Negli anni immediatamente successivi alla fondazione le Cappuccine, già presenti a Voltri per l’assistenza domiciliare fin dal 1886, si trovano ad assistere ancora più intensamente la popolazione a causa di una violenta epidemia di vaiolo. Le Cronache narrano che le autorità municipali, vedendo che per lo scarso numero di religiose non tutti potevano avere assistenza, chiamò in servizio provvisorio altre due Suore che si fermarono a Voltri dal luglio al settembre del 1891. Inoltre il municipio costituì un lazzaretto provvisorio in una sala del civico Ospedale "san Carlo" e gli attaccati dal morbo, che non potevano essere assistiti nella propria casa, vi erano condotti e le Suore se ne prendevano cura.
Nel dicembre 1891 le Suore si trasferiscono a Givi, ubicata molto lontano da Voltri, pertanto l’assistenza, già faticosa per i molti servizi prestati agli ammalati, viene gravata anche dal lungo tragitto che le Cappuccine devono percorrere per svolgere il loro compito a domicilio, ciononostante solo nel 1897 il Municipio stipulerà con loro un contratto dietro compenso per l’assistenza della popolazione povera. Il servizio si era intensificato durante le epidemie del 1891 e 1899 per il vaiolo, e del 1893 per il tifo. In quelle circostanze muoiono due Suore: sr. M. Andreina Consonni, il 20 settembre 1892, per tisi galoppante, stremata dall’assistenza prodigata ai malati, e sr. M. Agnese Pescio, il 6 gennaio 1893, perché infettata da un malato di tifo.
Nel giugno-luglio del 1902 le Terziarie assistono anche i vaiolosi di Cascine Cile, una piccola frazione di contadini del comune di Mele (Ge). E ancora nel 1911, dal 12 agosto al 5 settembre, e dal 20 settembre al 14 ottobre assistono i colerosi nel lazzaretto.
Seppur non sempre adeguatamente documentate, possiamo ipotizzare che l’apertura, nel giro di pochi anni, e la successiva stabilizzazione delle Terziarie nei paesi della riviera e dell’entroterra ligure, sia stata occasionata da periodiche epidemie che ne richiedevano il soccorso. A sostegno di questa tesi è emblematico che la casa di Albenga venga aperta il 10 dicembre 1899, quando le Suore erano già state operative in quella cittadina per l’assistenza dei vaiolosi nel lazzaretto nel settembre-ottobre del 1889. E lì ritornano stabilmente dieci anni dopo con la fondazione di una Casa.
Il servizio nell’Ospedale "san Nicolò" di Levanto ha costituito la prima esperienza delle Terziarie all’interno di una struttura sanitaria pubblica, anticipando quella che in Uruguay ed Argentina avrebbe fortemente connotato l’attività apostolica delle Cappuccine. Le cronache narrano che alle tre Suore già presenti nell’Ospedale ne vennero aggiunte altre due. Tra queste troviamo sr. M. Caterina Patrono, che trascorre a Levanto dieci anni, a partire dalla fondazione avvenuta nel 1890, e lì muore vittima di carità per tifo contratto nell’assistenza dei tifosi.
A Sanremo le Terziarie vanno nel gennaio 1889 chiamate da p. Candido da Ranzo ofmcap e dalla benefattrice sig.a Teresa Dolesi vedova Barilari che desiderava fondare a Sanremo una Casa per l’accoglienza e la protezione delle domestiche disoccupate. Le Cappuccine abitano inizialmente in una baracca di legno, la stessa che le cronache narrano, nel 1891, essere divenuta un lazzaretto dove le Suore assistono i malati di vaiolo. È significativo che due anni dopo, nel 1893, il Municipio affidi definitivamente alle Suore il lazzaretto: da questa notazione si evince che l’amministrazione di Sanremo reputi a tal punto adatte e affidabili le Terziarie per l’esperienza acquisita, da farne un punto di riferimento cittadino per l’assistenza in caso di epidemie, fino a far loro dono della cosiddetta “baracca”. Anche Oltreoceano la presenza delle Cappuccine si contraddistingue per l’assistenza della popolazione durante un’epidemia. È narrata nelle cronache quella richiesta a Sastre nel 1904 per un’epidemia di tifo. È la stessa Fondatrice, pochi mesi prima della sua morte, a mandarvi due giovani Suore e, passata l’epidemia, gli amministratori insistono affinchè le Suore restino a Sastre e vi aprano un collegio.
In conclusione, secondo le fonti documentarie conservate nell’Archivio dell’Istituto, l’attività apostolica delle Terziarie, caratterizzata principalmente dall’assistenza a domicilio, si è costantemente trovata ad affrontare e a dover adattarsi a situazioni complesse ed inattese come quelle generate da epidemie di colera, tifo, vaiolo e influenza spagnola, che per gran parte del XIX sec. e XX sec. hanno dolorosamente interessato sia l’Italia che l’America latina. Questi eventi così estremi, carichi di paura e sofferenza a livello globale, si sono però di fatto dimostrati un’opportunità per l’espansione geografica delle Terziarie e l’approfondimento del carisma.
Da Loano, minuscolo nucleo originario di fondazione, le Cappuccine hanno irradiato la loro presenza benefica non seguendo un itinerario che assicurasse loro visibilità, sicurezza economica, prestigio religioso e ricchezza di vocazioni, ma piuttosto quello che le conduceva al soccorso di chi fosse malato, abbandonato e senza cure.
Una scelta evangelica mai rinviabile a tempi migliori.