Chiamata alla missione in Africa (1936)

Chiamata alla missione in Africa (1936)
  «(…) Gli anni Trenta rappresentarono l’ultima manifestazione dell’espansionismo coloniale italiano, che sfociò nel conflitto italo-abissino del 1935-1936. (…) l’Italia aprì le ostilità con l’Etiopia il 3 ottobre 1935 e le concluse con l’entrata vittoriosa ad Addis Abeba il 5 maggio 1936 e il successivo 9 maggio nasceva l’Africa Orientale Italiana (A.O.I.). L’Impero italiano durò soltanto cinque anni: già nel 1941 infatti l’esercito alleato inglese sottrasse all’Italia il controllo totale del Corno d’Africa favorendo la restaurazione dell’antico impero etiopico[1].

L’invasione dell’Etiopia (comprendente anche il territorio eritreo) venne propagandata dal regime e dalla Chiesa come una crociata cattolica contro la barbarie e l’Islam, ma sostanzialmente la religione cattolica restò per il governo fascista uno strumento di consenso e, nelle colonie, le opere dei religiosi diedero la possibilità di garantire assistenza sanitaria e istruzione anche agli italiani, militari e civili (‘coloni’) ivi residenti.

Per i missionari l’Africa era invece una possibilità di evangelizzazione, un bacino di nuove vocazioni, espansione delle opere non privo di spirito d’italianità e amor di Patria.

Con la circolare del 17 settembre 1936 sr. M. Anacleta Bianchini, Madre generale, invitava le Suore ad offrirsi per partire per la prima missione in Africa O.I. La risposta all’appello non si fece attendere, segno che nel carisma lasciato in dono da Madre Rubatto alle sue figlie e sorelle, risiede un’originaria esigenza di evangelizzazione missionaria, di slancio oltre confini geografici e culturali.

  [1] Cfr. A. Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, 2005, pp. 175 e ss.    
Harrar Missione in Abissinia

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