Dalla Cronaca della Casa di Genova 1939-1947
2. I pericoli, la sofferenza, lo spavento

«Anno 1941. Anno di guerra tremenda, però le Suore continuarono con coraggio e abnegazione l’assistenza a domicilio in mezzo a tanti pericoli. Alcune si trovarono attorniate dagli incendi, altre vicinissime al cader delle bombe dirompenti, però tutte, grazie al Signore, rimasero salve, mettendo pure in salvo i loro ammalati (…)».
«Anno 1942. Dopo il bombardamento del 23 ottobre, avendo veduto la Rev. Madre Generale, che troppo pericoloso era lo stare qui tante Suore unite, comprese tante vecchie ed inferme, ed essendo anche stata rovinata la Casa, fece sfollare le Suore e le Postulanti parte a Loano e parte in altre nostre Casa filiali. Non essendo sicuro il nostro rifugio, al suonar degli allarmi incominciammo a correre nelle gallerie della Città, tanto di notte come di giorno. Siamo rimaste qui in numero di dieci Suore per custodire la Casa (…) Si è tanto lavorato per mettere in salvo tutto quanto era in Casa (…) Tutta la roba che per timore venisse arsa dal fuoco o sepolta nelle macerie durante la terribile guerra, l’avevamo spedita nelle nostre varie Case di Calice, Loano, Pontedecimo, Avolasca. Bergamo, Varazze, Voltri e Prà: terminata la guerra tutta si è fatta riportare a Genova (…) questa è pure una grazia grande che ci ha fatto il Signore, poiché altre Comunità hanno perduto tutto o a motivo di bombardamento, che coglieva per istrada, oppure per incendio fatto dai Tedeschi (…)».
«Anno 1943.(…) Ai primi di gennaio arrivarono dall’Africa le nostre ventidue Suore missionarie, tutte in buona salute (…) Essendo tutta la casa sinistrata, i letti smontati e tutto il mobilio riposto nei fondi perché fosse più in salvo, noi già da vari mesi dormivamo nella cantina, anche per essere più al caldo perché i vetri della Casa erano tutti rotti. La cantina è stata tutta puntellata e ridotta a rifugio nel tempo delle incursioni nemiche. Per dare alle nostre Missionarie un giaciglio per la notte, abbiamo aggiunto delle brande, sicchè nel rifugio ci poterono stare quattordici. Le altre sopra materassini in Sacristia, nella camera dei forestieri e nella stanza attigua: sembrava un accampamento di soldati! (…) Durante l’anno numerosi furono i bombardamenti nemici durante i quali, tanto di notte come di giorno, si correva nelle gallerie. Ci siamo tanto spaventate ed abbiamo tanto sofferto (…)».
«Anno 1944. (…) Nella notte del 28 aprile ricominciarono le incursioni nemiche sopra la Città e durarono fino a giovedì 4 maggio. In tutte queste sere ci recavamo alle ore 9 nelle gallerie e ci stavamo fino alle ore 3 del mattino. Molte volte, mentre ci recavamo a casa ci coglieva il suono dell’allarme per istrada, oppure, appena entrate in Casa, perciò dovevamo nuovamente correre in galleria per metterci in salvo. Anche negli anni antecedenti abbiamo passato tante notti nelle gallerie. Allora partivamo di casa alle ore 6 e ci stavamo fino al mattino. Descrivere la vita trascorsa in questo periodo di guerra è impossibile. Quanti spaventi ed ansietà! Quanto freddo e quanti disagi solo il Signore sa enumerarli. Una delle tante notti trascorse nel nostro rifugio ci colse l’allarme mentre davamo un po’ di riposo al nostro povero corpo. In fretta e furia corremmo giù dalle scale ma, mentre scendevamo l’ultimo gradino, abbiamo veduto un lampo e subito tuonò il terribile cannone, sicchè abbiamo dovuto correre tutta via Caffaro sotto il bombardamento e con gli areoplani nemici sopra il capo. Se alzavamo gli occhi si vedevano i pezzi di mitraglia accesi e sparpagliati in aria come tante stelle. Dire il patimento e il terrore provato è impossibile. Siamo arrivate in galleria più morte che vive. Ed era veramente tremendo lo spettacolo che si vedeva in galleria: gente stremata e terrorizzata. Non è da credere che anche in galleria ci si sembrasse in salvo perché, specialmente quando le bombe nemiche cadevano sui palazzi sopra le gallerie, pareva che da un momento all’altro sfondassero la volta. Quando le bombe cadevano nei palazzi vicini, le gallerie si riempivano di fumo e si spegnevano le luci. Dunque si può immaginare il panico e il soffrire delle lunghe ore che bisognava trascorrere lì dentro (…) Nel posto di soccorso fatto nelle gallerie qualche persona vi rese l’anima a Dio e vari bambini vennero alla luce. Quando nasceva un bambino lo annunciavano con l’altoparlante e subito nella galleria facevano una colletta a beneficio del nuovo nato (…) un giorno la Città era tutta una scintilla di mitragliatrici. Molte persone morirono. Delle nostre Suore si trovavano fuori all’assistenza dei malati, ma non furono colpite (…) Quando cadde la bomba vicino alla nostra porta di S. Anna, noi eravamo nel nostro rifugio, tutte strette le une alle altre, mentre lo stridore delle bombe faceva inorridire. Pensavamo da un momento all’altro di rimanere morte. Quanto pregare abbiamo fatto! E veramente il Signore ha ascoltato le nostre preghiere salvando noi e la nostra Casa (…) Durante quest’anno due bombardamenti terroristici si scatenarono sopra la Città che hanno lasciato cadere bombe sopra la nostra Casa (…) tremendo fu lo scoppio della galleria di S. Benigno, piena di munizioni. Furono innumerevoli i morti che travolse nelle voragini causate, e difficilissimo estrarre i cadaveri, tanto che sul posto del disastro, innalzarono una grande croce dominante il cimitero di guerra1 ».
«Anno 1945. (…) Il 23 aprile, giorno in cui i Partigiani liberarono Genova dai Tedeschi, abbiamo passato due giorni e due notti nel fragore continuo di bombe e di mine perché i Tedeschi, prima di abbandonare la Città, vollero far saltare tutte le loro munizioni e affondare i loro vapori. Volevano fare ancora resistenza, specialmente quelli di Monte Moro,gli Inglesi stavano per incominciare il bombardamento navale, e allora Genova sarebbe stata rasa al suolo, ma per grazia di Dio e della Vergine SS., e per l’intervento del cardinale Pietro Boetto e di Monsignor Siri, deposero definitivamente le armi (…)».


1Alle ore 6:30 del 10 ottobre 1944 Genova fu squassata da una terribile esplosione. La forza della detonazione ruppe vetri in tutta la città.L'esplosione aveva devastato la zona del quartiere di San Benigno e parte del vicino porto. Era avvenuta nella galleria ferroviaria Passo Nuovo che attraversava il Promontorio di Capo Faro, davanti alla Lanterna e passava sotto il quartiere popolare di San Benigno, che era stato adibito a rifugio antiaereo e a deposito di munizioni.La Lanterna è il faro antico all'imboccatura del porto di Genova.La sua profondità la rendeva inattaccabile dalle bombe degli aerei. I luoghi addetti al deposito delle munizioni sono normalmente sicuri, dato che, negli eserciti regolari, sono stivati seguendo delle procedure di sicurezza rigorose. Quindi, quando un deposito di munizioni esplode, è più facile si tratti di un'azione esterna che di qualcosa che abbia a che fare conautocombustioni o corti circuiti. Quella mattina la città era in allarme aereo, ma gli aerei alleati erano solo di passaggio, e non avevano sganciato bombe. Inoltre si era scatenato un temporale, e la maggior parte dei civili nei rifugi aveva deciso di non rientrare a casa, pertanto il rifugio era pieno di gente. Una successiva inchiesta sul disastro non giunse a conclusioni certe, ma ipotizzò che un fulmine avesse innescato l'esplosione, facendo detonare delle cariche e causando l'esplosione di un treno di munizioni in parcheggio nella galleria. Il crollo della galleria aveva coinvolto una parte del quartiere di San Benigno il cui numero di vittime non è mai stato calcolato con esattezza. Si suppone tra 1000 o 2000 il numero delle vite distrutte dall'esplosione. Famiglie intere scomparvero e,scavando nelle macerie, i soccorritori riuscirono a salvare solo 148 persone.